lunedì 6 ottobre 2014

Ernst Hartwig Kantorowicz (Poznan 1895-Princeton 1963)


Nella sala di Diritto della Biblioteca Nazionale di Parigi, fra le opere fondamentali sul diritto tedesco, si trova un libro di storia che tratta di Federico II di Svevia, Imperatore del Sacro Romano Impero, re di Sicilia e di Gerusalemme, morto nel 1250. Si tratta del primo libro pubblicato, nel 1927, da Ernst Kantorowicz, un grande storico che non si sarebbe definito giurista, ma le cui opere hanno una grande importanza nella formazione della cultura giuridica del Novecento.

Per molti aspetti, però, la scelta della BN non è felice: non si può dire che il libro giovanile di Ernst Kantorowicz su Federico II sia un libro giuridico, né che esso tratti del diritto tedesco. Non si può sostenere nemmeno che sia un libro di storia utile per il giurista, poiché esso vide la luce nel quadro di una situazione culturale e politica fortemente caratterizzata, che prelude al nazismo offrendo alla sua ideologia molti elementi che la propaganda del regime avrebbe enfatizzato. Per la verità, l’unico motivo per invitare il giurista alla lettura del Federico II è che esso costituisce la prima tappa di un percorso intellettuale eccezionale, che intreccia la storia della cultura e quella dell’immaginario, le strutture politiche e le tecniche giuridiche in una serie di libri e articoli abbaglianti per la loro acutezza. E’ l’opera di un intellettuale che porta con sé molto del secolo 19° e vive con profondissima partecipazione la storia in gran parte tragica del 20°.
Accolto con enorme entusiasmo alla sua pubblicazione, ristampato quattro volte fra 1927 e 1936 e venduto in ben 12.800 copie, Federico II è oggi, assai più che un vero e proprio libro di storia, l’oggetto di studi di storia della storiografia. Testimonia di una stagione della cultura tedesca che, pur essendo espressione di una crisi destinata a concludersi tragicamente, influenza ancora profondamente il pensiero occidentale. In questo senso, osserva Oexle, « ce livre de Kantorowicz n’a plus rien à nous dire … : J’espère qu’il est impensable et impossible que l’actualité politique et sociale allemande fasse un jour que ce livre ait encore quelque chose à nous dire »
Se è vero, dunque, che il libro su Federico II non fa parte delle letture del giurista, è vero anche che non si può fare a meno di partire da questo libro per ricomporre una vicenda umana, culturale, politica e intellettuale che è affascinante ed istruttiva per la cultura giuridica attuale.

Ernst Hartwig Kantorowicz era nato nel 1895 a Poznan (oggi in Polonia, ma appartenente allora al Reich tedesco, con il nome di Posen) da una famiglia di industriali ebrei naturalizzati tedeschi. Prese parte alla prima guerra mondiale come artigliere e fu destinato poi al servizio in Turchia, dove prese confidenza con le lingue e le tradizioni mediorientali. Rientrato in patria, frequentò l’università, ma non studiò mai il diritto: nel 1918 fu iscritto alla Facoltà di filosofia di Berlino, ma ben presto riprese le armi, dapprima sul fronte orientale, poi contro gli spartachisti a Berlino, poi ancora contro i comunisti a Monaco, dove s’era di nuovo iscritto all’Università, ma questa volta alla facoltà di economia. Qui seguì corsi di storia e di politica, e assisté a qualche lezione di Max Weber, di passaggio a Monaco come professore invitato. Nel 1919 si trasferì alla facoltà di filosofia di Heidelberg dove, oltre a terminare gli studi, entrò a far parte del circolo dei seguaci del poeta Stefan George, figura carismatica che predicava l’eccellenza della Germania, l’esigenza di una rinascita nazionale fondata sul recupero della tradizione medievale e del suo ordine, contrapposta al caos indotto dalla politica liberale e – nel dopoguerra tedesco – dalla debole Repubblica. In quest’ambiente il giovane economista Kantorowicz scoprì la sua vocazione di storico e, fortemente incoraggiato dallo stesso George, pubblicò il libro su Federico. Vi esaltava la figura dell’imperatore germanico che aveva saputo costruire uno Stato raccogliendo materiali di provenienza classica, orientale, normanna, filtrandoli attraverso una personalità che era espressione, per il giovane discepolo di Stefan George, del genio germanico.
Nonostante qualche critica ricevuta dagli storici più tradizionalisti, Kantorowicz ottenne nel 1930 una cattedra di storia medievale a Francoforte. Ma nel 1933, mentre molti giovani del circolo di George passarono al Nazismo, Kantorowicz dovette lasciare la cattedra a causa delle leggi razziali che proibivano agli ebrei di insegnare. A nulla servì che il suo libro fosse una delle letture preferite di Hitler, Göring e Himmler. L’amata Germania gli diventava estranea e ostile in ragione della sua razza ebraica, ma anche perché sull’altare dell’ideologia si sacrificava la libertà e la dignità dell’insegnamento universitario, che egli considerava come una sorta di sacerdozio.
Prese la strada dell’esilio, condivisa da tanti intellettuali tedeschi d’origine ebrea. Dopo qualche soggiorno in Inghilterra e un periodo trascorso a Berlino, fu accolto negli Stati Uniti all’Università di Berkeley.
Ma l’America non rappresentò per lui un approdo definitivo e tranquillo, dopo una vita tanto avventurosa. La politica anticomunista propugnata dal senatore MacCarthy era infatti destinata a investire l’Università californiana con una controversia particolarmente violenta. Messi sotto pressione dal sospetto di aver offerto rifugio a molti intellettuali comunisti, nel 1949 i Regents dell’Università di Berkeley chiesero a tutti i professori di sottoporsi a un giuramento che attestasse la loro estraneità al partito e alle idee comuniste. Ernst Kantorowicz rifiutò di prestare il giuramento, e si pose rapidamente al centro del movimento di protesta che oppose per alcuni mesi il corpo docente agli amministratori. Pur avendo conservato le convinzioni conservatrici che lo avevano indotto, trent’anni prima, a prendere le armi in Germania contro comunisti assai più concreti di quelli evocati dalla propaganda maccartista, egli non accettava che la libertà d’insegnamento potesse esser posta in dubbio dall’obbligo del giuramento. Pur di non piegarsi alla richiesta dell’Università lasciò la California e si trasferì nell’Institute for Advanced Studies di Princeton, dove rimase fino alla morte, nel 1963.

Le opere di Kantorowicz più significative per la storiografia propriamente giuridica risalgono al periodo americano. Negli articoli che preparano il famoso libro pubblicato a Princeton nel 1957, The King’s Two Bodies, il ricorso alle opere dei giuristi e agli atti legislativi e amministrativi è parte fondamentale delle ricerche, che conservano d’altra parte un taglio generale di storia delle idee e delle pratiche politiche. Altrettanto importante è il ricorso alle fonti liturgiche, che fanno da base al volume sulle Laudes Regiae, pubblicato in inglese sulla base di materiale raccolto negli ultimi anni trascorsi in Germania e tradotto in francese nel 2004. Questa integrazione di fonti di natura diversa costituisce un’innovazione importante nella storiografia del Novecento. Ernst Kantorowicz è il primo e il più importante storico politico che si appropri con consapevolezza assoluta delle fonti giuridiche, che la scuola storica tedesca aveva riservato ai giuristi storici. Di fronte all’imponente tradizione della Rechtsgeschichte, gli storici si sono quasi sempre astenuti dal confrontarsi con i mysteria iuris, sia sul piano delle fonti sia su quello della dogmatica. Ne derivava – negli anni dopo la guerra, ma ancora oggi – una innaturale emarginazione del diritto dall’orizzonte della storia.
Proprio il fatto che Kantorowicz non si sia formato nelle Facoltà di Giurisprudenza, e che sia restato estraneo alle logiche accademiche durante gli anni della formazione, gli ha consentito di avvicinarsi alle fonti del diritto con occhi liberi da condizionamenti, e di valutare la ricchezza e l’importanza del contributo dei giuristi e della logica giuridica nella formazione di una sintassi del potere politico medievale. E’ dunque del tutto errato accostare l’opera di Ernst Kantorowicz alla produzione della scuola storica e della pandettistica tedesca.
Non è un caso, del resto, che la rivalutazione del diritto nel disegno della sovranità compaia nelle opere americane di Kantorowicz. La rottura dei tradizionali equilibri disciplinari poteva riuscire più facilmente fuori dalla Germania e grazie alla libertà accademica goduta negli Stati Uniti. A Berkeley, la relazione con il romanista Max Radin incoraggiò l’interessamento di Kantorowicz per la lettura giuridica delle realtà politiche, e lo indusse a trattare i testi giuridici come autentiche testimonianze storiche del mondo politico e sociale. Perciò le opere dei giuristi medievali, che erano per gli storici del diritto di quegli anni manifestazioni di una scientia iuris più dogmatica che politica, si trovano inserite in un’interpretazione complessiva che le supera ampiamente. Così, grazie al recupero della sua dimensione storica, e al superamento della prospettiva dogmatica, il fenomeno giuridico acquista un rilievo nuovo nella ricostruzione della storia della sovranità, e recupera il ruolo che gli compete, al centro di una complessa vicenda intellettuale.
Quest’attenzione al diritto traspare chiaramente dagli articoli che furono raccolti, dopo la morte di Kantorowicz, in un bellissimo volume che porta sulla copertina le sue iniziali: “EK” e reca il titolo sobrio di Selected Studies. Composto sulla base di una scelta di saggi dovuta all’autore stesso, il libro ha avuto una traduzione soltanto parziale in francese (Mourir pour la patrie, Paris, PUF, 1984, nuova ediz. Fayard 2004), che traduce soltanto tre dei 25 saggi raccolti nel volume, aggiungendovi un articolo uscito in tedesco nel 1948 e non incluso fra i Selected Studies probabilmente perché rifuso come parte del quarto capitolo del libro sui due corpi del re. Pur se così ridotta rispetto all’originale, questa piccola raccolta di traduzioni ha contribuito sostanzialmente al grande successo postumo dell’opera di Kantorowicz in Francia e in molti altri Paesi d’Europa.
Un successo che non è stato incontrastato. Il dibattito fu aperto già nel 1981 da un lungo articolo di Marcel Gauchet pubblicato in due riprese su Le débat, in cui l’opera di Kantorowicz era presentata alla cultura francese come un passaggio fondamentale della storiografia moderna. Ma le resistenze non tardarono a manifestarsi. Se infatti Pierre Legendre, nell’introdurre la raccolta del 1984, sottolineava che l’intera storia occidentale non può essere compresa se non a partire dai testi giuridici, grandi storici francesi tenevano fede alla scelta – che s’era affermata almeno a partire dall’inizio del Novecento – di emarginare il diritto dalla ricostruzione storica. Non che di questa emarginazione del diritto dalla storia fossero colpevoli soltanto gli storici. Era l’atteggiamento dei giuristi storici dell’Ottocento e del Novecento che, considerando la loro scienza in termini di isolamento dogmatico, spingeva per una sua profonda estraneità alla storia politica ed economica. E perciò gli storici politici ed economici avevano cominciato a fare a meno del diritto. Il potere di suggestione che deriva dalle opere di Kantorowicz, anche soltanto a leggerne le poche pagine tradotte in francese nel 1984, era tale da costringere la storiografia francese a tornare sui propri passi e a riconsiderare il ruolo del diritto e della cultura giuridica nella storia.
D’altra parte, non sono mancate reazioni critiche a questo successo, attestato dal susseguirsi di traduzioni in Francia, Spagna e Italia. Se in Francia le critiche (Kriegel) sono state dettate da un’avversione piuttosto semplicistica alla tradizione storiografica tedesca, dalla Germania è venuta una riflessione assai più profonda (Oexle), che ha voluto distinguere le diverse fasi del lavoro di Kantorowicz: da una parte il Federico II, che rispecchia convinzioni ideologiche inaccettabili e una tendenza profondamente antistorica allo sfruttamento del Medioevo come arma nelle mani della politica reazionaria; dall’altra parte gli articoli e i libri del periodo americano, che rappresentano un grande contributo all’interpretazione della mentalità politica medievale. La grossolana critica francese, invece, ha fatto di Kantorowicz un difensore del diritto romano epigono della pandettistica, cosa che egli non fu mai, e ha artificialmente contrapposto l’idea franco-inglese dello Stato di diritto ad un’idea tedesca fondata su un dispotismo di stampo romanistico. Perciò sia il libro sui Due corpi del re sia i saggi raccolti nei Selected studies sono stati descritti come il prodotto più recente di una tradizione tedesca che, fondata sul modello dispotico di Giustiniano, nega allo Stato la funzione di mediazione tra il potere e il diritto, si oppone alla democrazia e all’idea stessa di repubblica. Ma le cose sono assai più complesse, perché la scuola storica tedesca non ha sempre esaltato il diritto romano, che è stato anzi accusato di eccessivo formalismo dai germanisti. E perché le critiche francesi al diritto romano, da Klimrath a Olivier-Martin, furono in gran parte ispirate proprio dai germanisti tedeschi, la cui avversione al diritto romano era assai più decisa di quella dei colleghi francesi. Il libro di Kantorowicz sui due corpi del re, d’altra parte, denuncia fin dalle prime pagine il suo debito nei confronti della storiografia inglese e americana, da Max Radin a Maitland, e si pone un problema giuridico che emerge da fonti medievali inglesi: come si costruisce la personalità pubblica del Sovrano? quali elementi dottrinali concorrono a creare una sovranità astratta distinta dalla persona fisica del sovrano?
La trattazione di questo problema è condotta in modo assolutamente ammirevole. L’analisi spazia da fonti di diritto nazionale inglese a Shakespeare, dalla teologia gregoriana all’iconografia altomedievale alla numismatica, dalle opere dei glossatori del diritto romano agli affreschi senesi di Ambrogio Lorenzetti, senza trascurare, ovviamente, le fonti del diritto canonico che hanno contribuito sostanzialmente alla dottrina della sovranità nel Medioevo. E’ dunque nel quadro ricchissimo della cultura medievale che le dottrine giuridiche danno il loro contributo alla sovranità. Ma si tratta di un contributo essenziale e centrale: basti concentrarsi sulle pagine dedicate alla personalità del fiscus e all’inalienabilità dei beni pubblici, oppure all’incerto legame che si crea, lentamente, tra sistema politico e patria; assolutamente capitale, poi, il tema della personalità delle corporazioni e delle universitates.
Questi passaggi più tecnici del libro andrebbero letti insieme agli articoli corrispondenti pubblicati tra i Selected Sudies, in particolare Inalienability (1954) e Pro patria mori (1951), con le aggiunte suggerite negli stessi anni da Gaines Post.
L’articolo sulla Patria, che dà il nome alla raccolta di traduzioni francesi, si apre con un suggestivo collegamento alla storia del Novecento ed alla retorica della morte per la Patria che ne ha marcato l’intera prima metà. Collegamenti come questo piacevano a Ernst Kantorowicz, che aveva vissuto intensamente la storia del suo tempo e cercava nella storia del Medioevo i segni della costruzione del proprio presente. Che era un presente insanguinato da guerre nazionali e lotte politiche, e deformato da interpretazioni ideologiche altrettanto violente. Le passioni politiche dei suoi anni giovanili e le tendenze prenaziste del circolo di George di cui faceva parte, hanno indotto a classificare la sua storiografia come reazionaria, tanto più che l’espressione “teologia politica”, che torna nel sottotitolo del libro sui due corpi del re e in un paio di articoli degli anni Cinquanta, è presa dal famoso saggio in cui Carl Schmitt, nel 1922, aveva collegato per la prima volta la sovranità al potere di decidere nello stato di eccezione. Alain Boureau, si è posto questo problema, e non ha escluso che Kantorowicz possa aver conservato fino alla morte le idee reazionarie che ne marcarono la gioventù. D’altra parte, però, l’immagine che egli offre della sovranità medievale è ben lontana dall’idea schmittiana di un potere che si esercita senza mediazione sulla nuda vita, perché l’inclusione della teologia cristiana e del diritto romano fra le fonti della costruzione medievale impongono al potere nudo il vestito della finzione giuridica e della costruzione teologica. Perciò il sovrano medievale ricostruito da Kantorowicz è costretto a nuoversi all’interno del suo corpo fittizio, politico e giuridico, mentre il custode dello Stato di Schmitt attinge direttamente al suo potere politico per trasformare il diritto in nome del popolo.
La passione per la scolastica medievale e l’entusiasmo per l’erudizione fanno di Kantorowicz lo storico del rapporto fra potere e diritto assai più che il teorico della sovranità assoluta.

Opere
Kaiser Friedrich der Zweite, Berlin 1927
Laudes Regiae. A Study in Liturgical Acclamations and Mediaeval Ruler Worship, Berkeley and Los Angeles, 1946
The King’s Two Bodies, Princeton 1957 

Bibliografia
G. Post, Studies in Medieval Legal Thought. Public Law and the State, 1100-1322, Princeton, NJ, 1964.
R.E. Gisey, Ernst Kantorowicz. Scholarly Triumphs and Academic Travails in Weimar Germany and the United States, in Yearbook of the Leo Baeck Institute, 30 (1985), 191-202
E. Grünewald, Ernst Kantorowicz und Stefan George. Beiträge zur Biographie des Historikers bis zum Jahre 1938 und zu seinem Jugendwerk ‚Kaiser Friedrich der Zweite’, Wiesbaden 1982 (Frankfurter Hist. Abhandlungen, 25)
Marina Valensise, Ernst Kantorowicz, in Riv. St. Ital., 101 (1989), 195-221. Versione francese meno ampia in Préfaces, 10 (1988)
R.E. Lerner, Ernst Kantorowicz and Theodor Mommsen, in An Interrupted Past. German-Speaking Refugee Historians in the United States after 1933, a c. di H. Lehmann e J.J. Sheehan, New York 1991, 188-205
A. Boureau, Histoires d’un historien, Kantorowicz, Paris, Gallimard, 1990, ristampato con aggiornamenti in E.K., Œuvres, cit.
R.E. Lerner, Ernst Kantorowicz (1895-1963), in Medieval Scholarship. Biographical Studies on the Formation of a Discipline, I, History, a c. di H. Damico e J.B. Zavadil, New York-London 1995, 263-276.
R. Delle Donne, Kantorowicz e la sua opera su Federico II nella ricerca moderna, in Friedrich II. Tagung des Seutschen Historischen Instituts in Rom im Gedenkjahr 1994, a c. di A. Esch e N. Kamp, Tübingen 1996, 67-86
J. Krynen, L’encombrante figure du légiste. Remarques sur la fonction du droit romain dans la genèse de l’État, in Le Débat, 74 (1993), 45-53
Blandine Kriegel, La politique de la raison, Paris 1994
Ernst Kantorowicz. Erträge der Doppeltagung Institute for Advanced Study, Princeton / Johann W. Goethe-Universität, Frankfurt, Hg. von R. Benson, J. Fried, Stuttgart 1997 (Frankfurter Hist. Abhandlungen, 39)
Geschichtskörper. Zur Aktualität von Ernst H. Kantorowicz, Hg. von W. Ernst e C. Vismann, München 1998, 119-127
Ernst Kantorowicz (1895-1963). Soziales Milieu und wissenschaftliche Relevanz, a c. di J. Strzelczyk, Poznan 20002
K. Schiller, Gelehrte Gegenwelten. Über humanistische Leitbild im 20. Jahrhundert, Frankfurt a.M. 2000

R. Delle Donne, ‘Historisches Bild’ e signoria del presente. Il ‘Federico II imperatore’ di Ernst Kantorowicz, in Le storie e la memoria. In onore di A. Esch, a c. di R. Delle Donne e A. Zorzi, Firenze 2002, 295-352. (anche su Reti Medievali)

3 commenti:

  1. Premetto che fare un commento alla suo post così articolato su un personaggio controverso e di così alta levatura come Ernst Kantorowicz è per me un'impresa un po' avventata, soprattutto perchè non ho mai letto integralmente le sue opere. Quindi mi scusi se, esprimendo le mie riflessioni, pecco di qualche errore.
    Quel che mi affascina della personalità di Ernst Kantorowicz è il fatto che si sia servito dei materiali medievali in maniera radicalmente differente rispetto ai suoi predecessori tedeschi della scuola storica, forse egli si avvicinò molto all'ideologia espressa dallo stesso Calasso e dal prof Conte, sul rifiuto di catalogare il medioevo come “epoca buia-oscura”, servendosene invece per studiare e comprendere le gesta e gli errori commessi nel passato e così partendo da essi, formulare nuove tesi per il futuro. Egli probabilmente comprese l'elemento di continuità della storia, tanto che le sue opere sono ricche di riferimenti alla teologia, alla filosofia, alla politica, alle fonti giuridiche in senso lato.
    Tra le opere su cui mi sono documentata, mi ha incuriosito soprattutto “The King's two bodies”.
    Nel medioevo, la teoria cristologica parte dalla dialettica MONARCA (uno) e COMUNITà (molti) e da qui nasce il riferimento al concetto di “corpus mysticum”, concetto di cui si servì anche Bonifacio VIII nella sua bolla Unam Sanctam nel definire la Chiesa. Il corpus mysticum vedeva l'eucarestia come collegamento tra Cristo e la comunità di fedeli e creava in questo modo un legame unico e indivisibile, senza il quale non vi era né salvezza né remissione dei peccati. Poco dopo, i giuristi affermarono lo stesso concetto trasposizionandolo in chiave politica, lo stesso Luca Da Penne asserì: “Allo stesso modo in cui è contratto un matrimonio divino e spirituale tra il vescovo e la Chiesa, così tra il principe e lo Stato si conclude un matrimonio temporale e terreno”.
    Ma nel 1542 il re Enrico VIII affermò, rivolgendosi al suo Consiglio: “dai nostri giudici sappiamo che mai nella nostra regale condizione noi siamo posti così in alto come durante i lavori del Parlamento, ove noi come capo e voi come membra siamo congiunti e uniti in un solo CORPO POLITICO” e questa è proprio la proposizione che evidenza al meglio la metafora del corpo, che si differenzia da quella dei “due corpi” propria del nostro Kantorowicz, che si sviluppò invece in un periodo posteriore, datato all'età dei Tudors.

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  2. La dottrina dei due corpi tendeva ad attribuire alla persona del sovrano l'intero corpo politico (e non solo la testa, in difetto delle membra che invece erano la rappresentazione dei sudditi, come accadeva nella metafora dei due corpi). Qui abbiamo dunque una “contraddittoria” unificazione di due corpi in una sola persona, la quale allo stesso tempo ha un corpo naturale, destinato a tutte le cose terrene, come le passioni, la vecchiaia e la corruzione e un corpo 'astratto' la cosiddetta “testa”, che configura un potere politico indissolubile, eterno, incorruttibile.
    Da quel che mi è parso di capire lo scopo di Kantorowicz era quello di risolvere in favore del monarca una tensione fra il re e i suoi sudditi che non era più demandabile alla visione teologico-medievale della divisione tra testa e membra. Egli superò questo problema attingendo alla teoria secondo la quale nell'età moderna ormai la testa assumeva una centralità assoluta, a discapito delle membra che avevano acquisito una funzione puramente strumentale, fino al punto di essere totalmente inglobate nella testa “incoronata” del sovrano.
    La portata di questa sua tesi fu sicuramente di grande peso e venne osteggiata dai sostenitori del parlamento, in particolar modo in Inghilterra, dove si verificò il conflitto tra re e parlamento.
    Kantorowicz infatti abbandonò drasticamente l'antica metafora sull'organicità corporea, che tendeva di per sé a risolvere qualsiasi conflitto di attribuzione pacificamente, propendendo invece per la scelta conservatrice di trasferire ad un'unica figura, quella del re, tutta la valenza del corpo politico, così impedendo qualsiasi plausibilità di opposizione.
    Siamo dunque in un'epoca in cui la collettività sta perdendo quell'unità organica improntata sulla gerarchizzazione, che faceva capo alla metafora del re come testa e dei sudditi come membra, atti a formare un unico corpo politico.
    Ora il dogma della teoria dei due corpi risolve anche il problema dell'interregno, perchè ammettendo che il corpo politico non muore mai, assicura la continuità della regalità e il suo trasferimento istantaneo. Da qui l’uso delle frasi: “the King as King never dies” e “le roi ne meurt jamais”.
    Ho trovato molto chiaro e utile il libro di Adriana Cavarero intitolato “Corpo e figure” nel quale ho potuto approfondire il mio studio su questo tema.

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