venerdì 10 ottobre 2014

La norma nell'epoca gregoriana

Ieri la lezione è stata centrata intorno al mutamento di prospettiva nei confronti della norma giuridica. Si introduce un certo dualismo nella storia del diritto in Occidente: il modello antico, probabilmente trasfigurato dal passare dei secoli, si contrappone al modello cristiano: l'idea di norma è profondamente diversa fra i due modelli.
Credo di aver fatto una lezione di storia, ma ci entravano anche delle idee generali sulla struttura delle società occidentali. Credete che Max Weber ci entri qualcosa? Avete letto il suo famoso libro sull'etica protestante e lo spirito del capitalismo? E i suoi studi sul concetto di Karisma, che configura una struttura del potere diversa da quella imposta attraverso il diritto?

14 commenti:

  1. oggi a lezione quando parlavamo dell'idea del mondo che aveva Gregorio VII mi è venuto in mente come la società che si stava sviluppando in quella fase storica fosse totalmente anticapitalista : il vivere in comunità implicava di fatto l'azzeramento di ogni spinta egoistica del singolo che probabilmente oltre che sul fenomeno religioso doveva dipendere anche dalle condizioni di vita dell'epoca con un tasso di mortalità molto elevato e dalla mancanza di un progresso tecnologico adeguato nell'ambito della produzione alimentare.
    la situazione è capovolta invece per Weber nella società riformata perchè essenza stessa del capitalismo è l’egoismo dell individuo che fa leva sui propri rapporti di proprietà per accumulare capitale da reinvestire in altre attività . Nello spirito capitalistico calvinista come è descritto da Weber il conseguimento di un fine sociale extra economico è del tutto secondario e trascurabile: ciò che importa è che il profitto sia investito e sempre in modo maggiore.
    personalmente anche quando lo studiavo al liceo ho sempre ritenuto che il pensiero di Weber fosse fondato: in particolare in relazione alla utilità delle buone opere per i luterani per cui avevano perso valore ai fini della salvezza e sopratutto per la dottrina della predestinazione dei calvinisti che perde completamente di vista l'idea collettiva e sociale nell'economia.
    tutto l'opposto se si pensa al mondo immaginato da Gregorio VII dove trionfano forme di "proprietà collettiva" come gli usi civici e le comunità che daranno vita ai comuni.. espressione di una economia di sussistenza.
    tempo fa avevo letto un libro di Jacques le Goff che si intitola "lo sterco del diavolo" che ribadiva come sia improprio parlare di società precapitalista nel medioevo rimandando almeno al XVI secolo per lo sviluppo del capitalismo.
    per questo autore la società medievale è dominata dalla religione e dalla visione del mondo della chiesa che gira intorno al concetto di Charitas dove la stessa economia "non esisteva come categoria indipendente ma era inserita in un sistema organizzato intorno alla religione"..
    e mi ha colpito l'idea che riporta circa il "giusto prezzo" che si afferma nel 1200 nel mondo cristiano che deve avere due caratterische principali: essere "definito su base locale" e quindi quello abitualmente praticato in quello stesso luogo e che debba essere "stabile e conforme al bene comune dei prezzi praticati nelle transazioni" tutto l'opposto se si pensa al principio della domanda e dell'offerta di oggi.

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  2. Non avendo grande conoscenza del pensiero di Max Weber (al liceo me lo indicarono come padre della sociologia ma nulla più) e non avendo a disposizione suoi libri, ho trovato però la definizione di "carisma " data dall'enciclopedia delle scienze sociali Treccani navigando in internet. In tale articolo si indica che la parola carisma deriva dal greco "Xaris" ossia Grazia e venne utilizzato da San Paolo e studiato da Holl e Sohm alla fine dell'800' influenzando molto l'opera successiva di Weber. L'apostolo Paolo citò il carisma nella Prima lettera ai Corinzi per indicare i doni fatti dallo spirito santo ai Cristiani , in particolare la loro capacità di costruire grandi comunità. Il concetto fu rielaborato da Sohm che, in critica con la visione della Chiesa del tempo, teorizzò che le prime comunità cristiane non fossero giuridiche ma appunto guidate da capi che avevano tale dono della grazia e per questo erano seguiti dalla comunità che li obbediva. Weber , seppur legandosi al pensiero di Sohm, diede una visione più costruita e pragmatica del carisma, come qualcosa di imprescindibile per arrivare all'autorità attraverso varie fasi. Deve esservi una situazione straordinaria dove un solo uomo indica però la soluzione a questa situazione avendo dei "poteri straordinari" per questo motivo la comunità lo ritiene leader e si sottopone alle sue leggi. Necessario è ovviamente che egli superi la situazione straordinaria compiendo così "la missione" che ha promesso. Tale processo ha fatto si che questa concezione venisse applicata all'ascesa di molti leader in particolare nelle dittature del 900'. Ma non solo, anche personaggi come Federico II e San Francesco sono stati ricollegati a tale concezione. A mio parere , la figura di Gregorio e la svolta che compì nel mondo cristiano può meglio essere ricollegata alla visione più antica del carisma. E infatti egli vede il pontefice come portatore del messaggio divino quindi già donato del Xaris, della Grazia. In questo modo è pienamente giustificato che egli possa porre regole alla sua comunità, norme vincolanti. La divinità o straordinarietà (secondo i termini di Weber) è quindi intrinseca alla sua figura. Weber invece parte da una visione più laica dove però il leader viene divinizzato per sue qualità appunto carismatiche, senza doni dall'alto. Si potrebbe dire quasi una visione nietzschiana della grazia. Il carisma fa il capo e non il suo legame con la divinità, legame costruito fittiziamente nel mondo temporale già nell'ellenismo e che fu utilizzato anche dagli ultimi imperatori romani per culminare solo in tempi quasi recenti con le grandi monarchie europee, per esempio Luigi XIV in Francia. Gregorio è naturalmente portatore della Grazia divina ed essa è propria automaticamente dei pontefici. Weber invece spiega il carisma in un'ottica più laica di "merito" del potere seppur in un'ottica che meglio si sposa con la tirannia. Ad ogni modo il suo pensiero è stato applicato per spiegare i sistemi democratici e il rapporto tra eletti ed elettori. Dove i primi promettono dei risultati e si impegnano dunque in una missione e agli elettori sta la decisione di votare chi propone una missione più straordinaria ( anche se sarebbe meglio quella più realizzabile).

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  3. Inizialmente non ho ben inteso l'analogia tra i due modelli di norma susseguitisi nel tempo e la concezione di Weber all'interno della sua opera “Etica protestante e lo spirito del capitalismo”, poi ad una riflessione più attenta sono arrivata a pensare che effettivamente le due cose potrebbero coincidere.
    Secondo l'ideologia weberiana, l'avvento della riforma calvinista, non sarebbe stato conseguenza diretta dell'origine del capitalismo, ma tramite delle constatazioni di fatto è arrivato ad affermare che nei paesi in cui la popolazione era a maggioranza protestante, il capitalismo “moderno” si è affermato prima rispetto ai paesi con religione cattolica. Weber parla sempre non di capitalismo in senso stretto, ma come suggerisce il titolo, di “spirito” del capitalismo. Mi viene allora spontaneo pensare alla lezione in aula secondo cui, prima di Gregorio VII e la sua riforma, era diffusa la mentalità per la quale non era tanto importante l'autorità da cui promanava una determinata norma o precetto, quanto invece il contenuto della stessa. Questa ideologia scaturiva dal fatto che il fine che una norma doveva prefiggersi, secondo la dottrina cristiana, era quello pastorale o escatologico, per cui “seguo una norma perchè è giusta” e non perchè mi è stata imposta formalmente da un'autorità competente.
    La riforma protestante ebbe, in primo luogo, il significato di mettere in discussione la prima delle autorità (il pontefice come vicario di Dio), premessa per la messa in discussione, in secondo luogo, di un intero sistema di autorità, la cui crisi trasformò nella rivoluzione borghese. Secondo la dottrina protestante, i fedeli non dovevano eseguire delle “buone opere” per assicurarsi la salvezza ultraterrena, ma semplicemente celebrare la professione di fede e pregare per rendere onore a Dio, e non per ricevere qualcosa in cambio. Simbolo della grazia divina era difatti la ricchezza; i borghesi protestanti tendevano ad emarginare il miserabile perchè pensavano che venisse punito da Dio con la povertà.
    Il lavoro, insieme alla ricchezza, era una delle componenti fondamentali dell'essere un “buon calvinista”: essi infatti non concepivano il guadagno come fine sociale, consumistico, di lusso ecc, ma come profitto da reinvestire per ottenere un maggiore guadagno. Da qui l'analogia col capitalismo vero e proprio secondo Weber.
    A mio parere il filo conduttore tra la lezione in aula e il pensiero di Max Weber, sta nell'intento mal riuscito di Gregorio VII di formare nell'Europa “la societas cristiana”, perchè grazie a lui finalmente si incominciò a uscire da quel mondo disordinato, costituito da una forte incertezza del diritto, per approdare invece nel più moderno concetto di norma giuridica finalizzata a disciplinare la struttura ecclesiastica. Egli diede così una spinta positiva a regolare un'istituzione principale che da troppo tempo era stata declassata e “feudalizzata” , insieme ai suoi beni..

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  4. L'analogia con Weber si può riscontrare nel fatto stesso di mettere in relazione un fenomeno culturale con un fenomeno economico. La visione weberiana è stata anche fortemente criticata, per questo forse, in questa sede, è importante sottolineare esclusivamente la fondamentale interazione che fenomeni culturali e sociali hanno con fenomeni di catrattere giuridico-economico. Vi è una interdipendenza reciproca fra essi senza che se ne possa dare con certezza l'ordine di causalità: c'è chi afferma, ad esempio, che lo spirito del capitalismo preceda di molto la Riforma.
    La proposta di Gregorio VII, che come fine ultimo si proponeva la creazione di una socìetas cristiana, si risolse in un fallimento. Il tentativo di ripristinare quella auctòritas della legislazione, quella inviolabilità della norma andata perduta, necessariamente avrebbe condotto allo svilupparsi di atteggiamenti "antifraterni". Di conseguenza comportamenti contrari a quell'ottica pastorale che,sebbene razionalizzandola, Gregorio intendeva perseguire. Conseguì un effetto distante da quello che voleva ottenere: il modello classico importava in realtà principi di individualismo ( la proprietà privata e forse un difficile rapporto con l'efficacia della volontà creatrice nel contratto).
    Altri possibili paragoni e spunti di riflessione possono sorgere ad esempio riguardo all'interpretazione diacronica del valore del lavoro: dalla regola benedettina cara a Gregorio, al lavoro nell'etica calvinista. Anche rispetto al libero arbitrio come possibilità dell'uomo di operare il bene o il male per la dottrina cattolica, in antitesi alla dottrina della predestinazione con le relative teorizzazioni sul piano economico.
    Ho trovato particolarmente interessante una introduzione di Giorgio Galli a "L'etica protestante e lo spirito del capitalismo"che spinge a riflettere sul ruolo delle religioni istituzionalizzate nello sviluppo delle civilizzazioni. In particolare mi viene in mente un'analogia nietzscheana con il mondo greco: la mancanza o la negazione di uno spazio per l'irrazionale in una civiltà può condurre a conseguenze inimmaginabili. Così come si è sostenuto che il razionalismo illuministico si sia tradotto nella sua antitesi nei totalitarismi.
    Per questo la famosa frase di Marx secondo cui in Inghilterra si smisero di bruciare le streghe quando cominciarono ad essere impiccati i falsari. Una sorta di teogonia del Dio Denaro e, nella continua ricerca di una risposta ultima, la produzione di altre "teologie laiche".

    Virginia Conti

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  5. il tema che Weber ci propone è quello di ricercare il concetto di capitalismo, partendo da radici già presenti nella religione, radici però che non danno vita al concetto di capitalismo bensì lo affiancano, proprio come ci propone Weber nel suo famoso saggio "l'etica protestante e lo spirito capitalistico". Da una prima analisi può sembrare che Weber riconduca alla religione il concetto di capitalismo moderno ma, ciò che lui sostiene è tutt'altro, e cioè come il capitalismo moderno e la religione protestante, in questo caso quella calvinista, mirino entrambi ad un profitto economico per il benessere sociale. Infatti secondo la religione protestante calvinista era il lavoro che dava la salvezza ultraterrena, tanto che chi era povero, lo era perchè era Dio che lo aveva voluto. Tale tesi è analoga a quella dello spirito capitalistico perchè, il profitto guadagnato non doveva mai essere speso per fini personali ma, andava reinvestito per ottenere così un profitto sempre maggiore. Secondo me, ciò che lega la tesi di Max Weber e la politica di Gregorio VII sta in una delle tre concezioni di autorità, in particolare quella riguardante l'autorità carismatica di Weber. Egli sostiene infatti, che un capo, in questo caso un leader, sia dotato di carisma quando ha dei seguaci che lo sostengono, non a caso il caposaldo dell'autorità carismatica sta infatti nel rapporto leader- discepoli. La figura del leader per Weber è in colui che "si eleva dagli uomini comuni, ed è trattato come uno dotato di poteri,e questi requisiti sono tali in quanto non sono accessibili alle persone normali, ma sono considerati di origine divina o esemplari". Per questo secondo me può assomigliare alla figura di Gregorio VII, perchè proprio nella sua personalità vediamo quel tentativo unificatorio, purtroppo poi fallito, di ricostituire una società cristiana su base normativa, a costo di dare una una paternità nuova e vincolante a norme già emanate e, soprattutto in quel contesto sociale che figurava come "leader".

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  6. Leonardo Calini15 ottobre 2014 13:02


    Nella lezione di Giovedì abbiamo affrontato il tema del mutamento di prospettiva nei confronti della norma giuridica.
    Abbiamo anzitutto analizzato il modello pastorale ed escatologico cristiano delineato a seguito della riforma Gregoriana, in cui la norma giuridica era finalizzata all'ottenimento della salvezza dell'anima.
    In questo contesto, la salvezza dell'anima era considerata il fine ultimo che doveva essere perseguito dalla norma giuridica. Rilevante in tal senso è il "Prooemium in Decretum" di Ivo De Chartres che abbiamo analizzato, in cui l'autore afferma che non si ammettono "dispense" alle cose che fanno morire l'anima.
    Accompagnata a questa visione escatologica e pastorale della norma giuridica vi era poi la volontà di Gregorio VII di costruire una vera e propria "societas" cristiana in cui la comunità ecclesiastica fosse prevalente rispetto al singolo individuo. A lezione abbiamo paragonato la comunità ecclesiastica voluta da Gregorio VII a uno sciame di api, in cui le api agiscono tutte in funzione di un unico obiettivo, essendo addirittura disposte a sacrificare la proprio vita per salvare l'ape regina.
    Dunque, si cercò di perseguire una politica di deindividualizzazione della comunità ecclesiastica, nell'ambito della quale il sacerdote che entra in monastero perde i proprio beni, perde il proprio nome e soprattutto perde la possibilità di scegliere cosa fare con il proprio tempo, dovendo seguire l'orario predisposto dalla comunità ecclesiastica.
    A questa visione escatologica e pastorale della norma giuridica e della comunità ecclesiastica si contrappone la visione della moderna società capitalistica, in cui lo scopo della vita umana non è piu la sua salvezza dell'anima (e quindi il raggiungimento del paradiso) ma il profitto economico individuale e la volontà di reinvestire incessantemente quanto guadagnato. In questa società capitalistica, le buone opere, in quanto valori extra economici, non rilevano al fine della salvezza dell'anima ed è quindi messa in discussione la stessa costruzione escatologica e pastorale cristiana della norma giuridica.
    Alla base di questa contrapposione vi può essere la diversa concezione del rapporto tra fedele e Dio che separa il cattolicesimo dal protestantesimo. A una visione in cui il singolo fedele, grazie alla mediazione della Chiesa, può rivolgersi direttamente a Dio, si contrappone una visione in cui nessun uomo con le sue corte braccia può pensare di arrivare fino a Dio.

    In questo contesto inserirei l'idea della predestinazione di Max Weber che richiamando le concezioni calvinistiche, afferma che il segno della grazia divina, cui si è predestinati o no, è la ricchezza, il benessere generato dal lavoro. Di conseguenza il povero è colui che è fuori dalla grazia di Dio. La Povertà, che nel medioevo cristiano e cattolico era escatologicamente considerata come sicura via per il paradiso, ora è invece il segno della disgrazia divina. Il povero non è il predestinato perchè non è stato scelto da Dio.

    Dunque, per rispondere alla domanda, collegherei Weber al tema affrontato a lezione così: A che serve costruire la norma giurida in funzione della salvezza dell'anima se Dio ha già scelto chi è predestinato alla grazia di Dio e chi no?

    Leonardo Calini

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  7. Nel “Proemium” del “Decretum” di Ivo di Chartres l’autore specifica che esistono due differenti tipi di norme, quelle per le quali “nulla est admittenda dispensatio” e quelle che, in particolari casi ed in particolari situazioni, possono essere derogate. Quanto riportato è una chiara indicazione del radicale mutamento di prospettiva nei confronti della norma giuridica. All’antico modello di “nomos”, caratterizzato da rigidità ed astrattezza, si sostituisce il diritto cristiano caratterizzato dall’idea escatologica del mondo e della vita. Questo passaggio può essere ritenuto una vera e propria rivoluzione copernicana nel mondo delle leggi. La norma che nel passato doveva essere applicata rigidamente, può essere derogata con una dispensa (quanto avrebbe voluto Antigone essere dispensata dal dover applicare le “nomoi” della “polis” per poter seguire il diritto morale/divino delle “agrapta nomina”!). La Chiesa Cristiana Cattolica è disposta ad accettare ed ammetter deroghe alle proprie norme per tutelare l’integrità morale dei propri fedeli, garantendo loro l’accesso alla beatitudine ultraterrena. Questa visione salvifica della chiesa, così come riscontrato da M.Weber in “Die protestantische Ethik und der Geist des Kapitalismus “, non la si riscontra nella dottrina protestante nata a partire dal XVI secolo. L’autore sottolinea che per l’etica protestante la salvezza ultraterrena non può essere ottenuta attraverso opere umane ma unicamente attraverso la grazia divina. Questo implica l’abbandono dell’idea escatologica del diritto ed il ritorno all’antico modello di “nomos”. Il fedele protestante per attestare la sua predestinazione non può ricorrere alla dispensa ma deve riuscire ad ottenere il successo socio-economico all’interno degli stretti vincoli legislativi. Su questa visione estremamente rigorosa del diritto si ancorano le basi del capitalismo.



    Fonti:
    Enciclopedia Treccani
    E. Conte “Diritto comune”
    Sofocle “Antigone”





    Giacomo Biagini

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  8. Alla luce dell'ultima lezione svolta in classe ho fatto una nuova riflessione e mi sono resa conto di aver fatto un commento non del tutto esatto.
    Se infatti il protestantesimo ebbe l'idea di consentire ai suoi fedeli la libera interpretazione dei testi sacri, forse la sua ideologia meglio si sposava col fine escatologico di cui abbiamo parlato (chiaramente più individualista che collettivista), in quanto ognuno poteva liberamente intendere la Bibbia come meglio credeva. Lutero in questo modo favorì il nascere di innumerevoli culti religiosi, così scatenando una disordinata dimensione europea, ricca di religioni e di sanguinose guerre indette in nome di Dio, che era il contrario di quel che Gregorio VII cercò di attuare nell' XI secolo.
    Dunque per Lutero, che cercava un rapporto più diretto col suo Dio, dovevano essere eliminate tutte le sovrastrutture e le intermediazioni ecclesiastiche, rendendo la chiesa protestante un luogo più semplice, con meno vincoli rispetto a quello cattolico. Non vorrei dilungarmi troppo su concetti che sono alla portata di tutti. Comunque, secondo me la famosa obiezione di coscienza luterana segnò ancora una volta quella rottura tra l'omologazione, il totale annullamento dell'uomo e l'estremo individualismo e la consapevolezza della ratio umana, tipica dell'umanesimo di un secolo prima, che in effetti si conciliava molto bene con l'ideologia rivoluzionaria di Lutero.
    La norma ecclesiastica in questo periodo perse di nuovo la sua funzione unificante, per approdare invece in un'anarchia destabilizzante nella Germania del XVI, attenuatasi solo nel 1555 col principio del “cuius regio eius religio”, col quale si affermò la libertà confessionale, ma per i soli prìncipi, visto che i sudditi erano costretti a professare la religione del proprio sovrano.
    Come poteva questo disordine religioso conciliarsi con un ordine politico?
    La borghesia riuscì a sorgere nel momento in cui era noto che il clero e la nobiltà cattolici vivevano un dualismo insanabile tra valori e pratica sociale. E l'idea del capitalismo, volta a guadagnare il massimo con una minima spesa, era quello che già si prospettava dalla generale crisi etica e sociale, come dalla stessa corruzione nel mondo cristiano, rendendola una pura conseguenza del contesto storico-religioso.

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