martedì 1 novembre 2011

Diritto e teologia

Bene: le teorie sulle origini delle Quaestiones le avete riassunte. Ma è solo questo il punto? Chi ha letto l'articolo di Gouron avrà notato che ci sono riferimenti a molti altri articoli scritti da lui stesso, che danno un quadro inedito della letteratura giuridica del XII secolo. Molte opere che Cortese ritiene italiane, secondo lui sono francesi. Alcune delle più famose sarebbero addirittura scritte non da giuristi, ma da teologi parigini, orgogliosi di conoscere il diritto romano scoperto e studiato da poco. In un passaggio, poi, Gouron accenna al fatto che non Martino (homo spiritualis e amico della Chiesa), ma Bulgaro avrebbe influenzato questi teologi interessati a Giustiniano.
Non vi pare che tutto il quadro sia dissonante da quanto avete studiato in Cortese? La nascita della scienza giuridica è legata al sorgere della teologia scolastica di Parigi, almeno per quanto riguarda le summae e le opere più originali. A Bologna, a quanto pare, si facevano soprattutto glosse.

15 commenti:

  1. chiara lombardi2 novembre 2011 20:24

    In riferimento a questo ho notato che anche per il Brachylogus iuris civilis, sia la paternità, che la data di origine sono incerte: di autore ignoto e redatto o in Italia nella seconda metà del sec. XI o in Provenza del sec. XII, e pubblicato nel XVI sc. Ho trovato a questo proposito il commentario di Eduardus Bocking in latino, vi metto il link http://books.google.com/books?id=RAFbAAAAQAAJ&printsec=frontcover&hl=it#v=onepage&q&f=falsee e poi ho cercato questo testo di Fitting ma è in tedesco e ammetto non riesco a decifrarlo! "H. Fitting, Über die Heimath und das Alter des sogenannten Brachylogus (Berlin, 1880)" magari all'interno sono riportate notizie interessanti.. Effettivamente più ci addentriamo e più si scorge un mondo di opere le cui origini non sembrano così lineari come espresse dal Cortese.. anche se non capisco come mai il Cortese abbia fatto queste scelte, che sembrerebbero frutto di poca ricerca secondo me, ma siccome immagino sia impossibile ci sarà stata una ragione di fondo dettata d a una sua personale convinzione.. anche se per ora mi sfugge..

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  2. Sempre in merito a questa problematica, io leggendo dei paragrafi tratti dal testo del Cortese e dei paragrafi tratti da quello del Padoa Schioppa mi son fatta una mia idea. Sicuramente Bologna è stata uno dei centri di cultura giuridica di maggior rilevanza, il primo in Italia, nonchè la più antica università d'Europa. Ciò ha spinto molti studiosi ad indirizzare la propria attenzione sullo studium bolognese e a propendere ad una attribuzione della paternità delle opere scoperte ai giuristi bolognesi. Allo stesso tempo pur riconoscendo il grande ruolo ricoperto da tale università, non si può non evidenziare la presenza di scuole operanti anche altrove, specialmente nella Provenza, una fitta rete di centri in cui l'analisi del diritto romano nasce spesso proprio in ambienti canonistici. Questa attenzione alle "scuole minori" ha difatto comportato la modifica della cittadinza di opere che in precedenza si credevano italiane. Di questa scienza giuridica si è avuta testimonianza in Italia sin dal 1127 con la presenza di giuristi formati sul modello bolognese; qui hanno visto la luce diverse opere di diritto, il Codi, scritto in lingua provenzale e poi tradotto in latino, che attesta una viva attenzione per l esigenza della pratica coeva, alcune che testimoniano l'influenza di concezioni originali e di teorie tratte dal diritto canonico. Sicuramente l'analisi di Gouron ha accentuato le conseguenze successive alla "scoperta" e alla correlativa valorizzazione di tali centri di studio romanistici. Ad es. la disputa sulla paternità del Libro di Tubinga, nonostante la presenza di chiari echi di italianità risonanti in più parti dell'opera per via delle famose citazioni di editti longobardi e di capitularia vigenti unicamente nel regno d'Italia, non è mancato chi ha tentato di ricondurne la nascita in Francia, solo sulla base che tali leggi erano conosciute in Francia.
    Inoltre Gouron non sarebbe il primo a costruire un castello di fantasie, a lanciarsi in una coraggiosa analisi della cultura irneriana e postirneriana: Fitting, sulla base di un errore di stampa,ha parlato di un lungo soggiorno romano di Irnerio durante il quale oltre all'attività di insegnamento, avrebbe scritto anche alcune opere (kantorowick li ha definiti i sogni fittinghiani).
    Insomma tutto ciò per dire che secondo il mio parere la verità è in media res.

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  3. Per ciò che concerne la figura di Aimerico de la Chatre e il suo ruolo nell'elezione del papa Innocenzo II e nel contestuale incessante ostacolare di Anastasio II, vi riporto quanto trovato sul web.
    Nel febbraio 1130, le condizioni di salute di Papa Onorio II erano peggiorate drammaticamente. Pietro Pierleoni, il più potente tra i cardinali, aveva già pensato al pontificato da tempo. Dalla sua parte aveva un discreto anche se non maggioritario supporto nel sacro collegio,ma di notevole prestigio presso molte famiglie aristocratiche, e soprattutto presso il popolo, in virtù della sua notevole ricchezza e liberalità. Tentò in tutti i modi di conquistare la successione. A questi piani si opponeva fortemente il partito ildebrandino della potente famiglia dei Frangipane. Gli avvenimenti si svolsero concitatamente. Il cardinale Aimerico de la Chatre cancelliere della curia, consapevole delle intenzioni dei Pierleoni, tentò al contrario di ostacolare l'eventuale elezione del cardinale Pierleoni. Il pontefice approssimandosi la morte, chiese di poter terminare i suoi giorni presso il monastero di Sant'Andrea, a lui fortemente caro, che si trovava presso il Celio, in territorio dei Frangipane. Il partito dei Pierleoni invece accusò il cardinale Aimerico di aver portato il papa in quel luogo, per ritardare l'annuncio della sua morte, ed avere il tempo di organizzare accordi contro Pierleoni. L' 11 febbraio 1130 Aimerico convocò presso lo stesso monastero i cardinali di cui riteneva di potersi fidare per preparare la nuova elezione. Il resto della Curia rispose invocando l'anatema su tutti coloro che si accingessero all'elezione prima della morte di Onorio, secondo il decreto di Papa Nicola II del 1059regolava le elezioni papali, e nominando una commissione di otto cardinali elettori, in rappresentanza di ambo le parti, che avrebbero dovuto incontrarsi nella chiesa di Sant'Adriano solo dopo la sepoltura del Papa. La scelta del luogo era stata fatta dai Pierleoni per evitare di essere alla mercé dei Frangipane in Sant'Andrea. In tutta risposta il cardinale cancelliere Aimerico inviò delle guardie a presidiare anche Sant'Adriano. I cardinali fedeli ai Pierleoni, si ritirarono allora nella chiesa di San Marco. Il 13 febbraio si diffuse per Roma la voce della morte di Onorio. La folla inferocita si recò a Sant'Andrea, ma si disperse dopo che il Papa, tremante e delirante, si affacciò dalla balconata. Onorio, per cui forse lo sforzo dovuto alla sua ultima apparizione pubblica era stato eccessivo, morì durante la notte. Secondo le disposizioni vigenti, il corpo del Pontefice defunto sarebbe dovuto rimanere esposto ai fedeli per tre giorni, e poi sepolto, prima che si potesse procedere all'elezione di un successore. Aimerico però accelerò i tempi. Espletate le funzioni liturgiche, fece trasportare la salma del pontefice in Laterano. Di buon mattino lo stesso Aimarico e i 16 cardinali del partito ildebrandino si riunirono ed elessero un cardinale famoso per il suo zelo religioso, il cardinale Gregorio Papareschi, diacono di Sant'Angelo. I Cardinali quindi si portarono in Laterano, dove il nuovo papa prese il nome di Innocenzo II, e quindi si ritirarono nella chiesa di Santa Maria in Palladio al sicuro, nuovamente in territorio controllato dai Frangipane. Quando la notizia raggiunse San Marco, dove erano radunati i restanti quattordici cardinali, l'elezione di Innocenzo fu immediatamente dichiarata non canonica, e si decise di eleggere papa il cardinale Pierleoni, che scelse il nome di Anacleto II.

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  4. Si dava così inizio ad uno scisma destinato a durare fino al 11138, anno della morte di Anacleto. Pochi giorni dopo alcuni cardinali che avevano eletto Innocenzo, decisero di approvare l'elezione di Anacleto il quale finì per avere la maggioranza del collegio cardinalizio, oltre che il consenso dei rappresentanti del popolo e di quasi tutta la nobiltà romana. Nessuno dei due papi decise però di rinunciare e scelsero lo stesso giorno per la consacrazione 23 febbraio: Innocenzo in Laterano con poca folla ed in fretta, per tornare a rifugiarsi nella fortezza dei Frangipane sul Palatino; Anacleto in San Pietro, con gli onori e l'appoggio del popolo e dell'amministrazione della città in mano ai Pierleoni.

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  5. Federica Ferreri3 novembre 2011 21:21

    Sono andata a ricontrollare alcuni passaggi del manuale di Cortese innanzitutto in merito alla definizione di Martino come "spiritualis homo". E francamente ho notato che, come del resto ricordavo, lo stesso Cortese afferma che in realtà "il povero Martino" fa la figura del giurista da strapazzo a causa di un'errata interpretazione dell'equità gosiana dovuta alle frecciatine scagliate da Bassiano, Azzone e Accursio. Prosegue poi riportando l'idea che si era fatto di Martino il cardinale Ostiense, Enrico da Susa, per il quale egli sarebbe lo spiritualis homo disposto a sacrificare il dettato giustinianeo in favore dell'aequitas. In verità, secondo Cortese, Martino sarebbe stato semplicemente più propenso di Bulgaro ad aprirsi a soluzioni canoniche con riguardo a singole questioni (di cui abbiamo discusso nell'ultima lezione) ma non per questo si può dire che egli fosse ancorato alla mentalità di Pepo e all'utraque lex, ne che si fosse mai reso offensore di Giustiniano. Tra l'altro Cortese fa anche presente che in alcune glosse Martino pare addirittura più attaccato di Bulgaro al testo normativo. Questo mi ha portato a ritenere che probabilmente Cortese non è così lontano dalle tesi di Gouron; e questo non soltanto in merito alla questione di Martino ma anche, ad esempio, con riguardo alle scuole minori. Nel capitolo III della parte II Cortese anzi richiama espressamente gli studi di Gouron attribuendo a quest'ultimo il merito di aver tracciato una fitta di rete di scuole minori disseminate in Francia, specialmente al Sud. Quindi anche su questo argomento non lo trovo così distante dalle posizioni di Gouron. Basti pensare al fatto che Cortese non pretende di attribuire il merito dell'invezione del genere della summa (e di altri generi didattici) a Bologna ma riconosce che tale merito spetta alle scuole minori(seppure questo potrebbe in parte spiegarsi perché i docenti di tali scuole erano stati tutti allievi dell'alma mater) e che solo in un secondo momento tali generi sono stati trapiantati a Bologna, soprattutto grazie a Bassiano e, se non ricordo male, Azzone.
    Il punto su cui ho trovato maggiore discordanza tra le due posizioni riguarda la paternità delle Questiones de iuris subtilitatibus in quanto Cortese afferma che, nonostante i dubbi, esse "sono certo italiane", mentre come abbiamo già visto Gouron è sostenitore della paternità francese. Senza contare il fatto che nel Cortese non viene dato spazio alla probabile influenza della teologia, aspetto marcato invece nell'articolo di Gouron.

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  6. Federica Ferreri3 novembre 2011 22:12

    Per quanto riguarda il Brachylogus iuris civilis o Corpus legum secondo Cortese ciò che conta non è tanto l'autore, ignoto, quanto il fatto che esso rientra "in quella produzione multiforme la cui caratteristica saliente è di essere stata avviata e poi alimentata da un mondo di giuristi della Chiesa", cultura tra l'altro destinata ad essere schiacciata, secondo Cortese, dall'avvento del metodo bolognese pronto a diffondersi un po' ovunque. Ma il punto centrale è: il fatto che il Brachylogus potrebbe essere stato scritto da un giurista della Chiesa legato all'ambiente della riforma gregoriana non ci riconduce in qualche modo al discorso che abbiamo fatto nell'ultima lezione sulla fitta rete di rapporti tra diritto e teologia?

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  7. Marco Di Stefano4 novembre 2011 13:38

    Per quanto riguarda la paternità del Brachylogus, ho trovato sul libro del corso, così come avevamo detto a lezione, della possibilità che fosse stato scritto da Thomas Beckett. Sul Cortese invece, si riporta che, da alcuni l'opera era stata addirittura attribuita a Pepo legis doctor. Questo comunque a conferma della provenienza "teologico-canonica" dell'opera. Mi rimane difficile credere che non ci sia un collegamento tra quest'opera e, l'aria di recupero del diritto romano giustinianeo, propugnato dalla riforma gregoriana, attenta ad un ripristino della sua sovranità assoluta. Fatto, questo, che ho notato anche nel 3° cap. del libro di diritto comune, quando fu anche grazie ad Aimerico che vi fu un rinnovamento processuale (allontanamento dal sistema conciliatorio, a favore di un sistema gerarchico), come abbiamo visto anche dalla sua "corrispondenza" con Bulgaro. Proprio da quest'opera di Bulgaro, mi sento di dire che almeno in questo ambito, Cortese e Gouron non siano tanto distanti; a mio parere fu Bulgaro a redarre il "de iudiciis" per Aimerico, perchè il suo attaccamento ai testi romani era ciò che cercava la Chiesa, nel passare ad un processo di stampo giustinianeo. Mentre forse, a sfavore di Martino, vi era la sua predilezione per l'inserimento dell'equità all'interno delle soluzioni da lui presentate, cosa che (sono mie supposizioni) non piaceva alla nuova Chiesa. Questo nonostante sempre lui avesse cercato di introdurre soluzioni canoniche ad alcuni problemi del tempo. Diciamo che questo suo spingere verso l'utrumque ius, avvenne troppo in anticipo rispetto ai tempi, e quindi si preferì rifugiarsi nei solidi principi giustinianei.

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  8. Mi domandavo poi perché non fosse stata glossata la Bibbia. Pensavo ad Abelardo in Sic et non, la sua idea è che la Sacra Scrittura sia ricca di contraddizioni che sono messe a confronto. Perché non farne una glossa? In fondo anche Inerii e i suoi allievi guardavano alla compilazione giustinianea con una sorta di “venerazione”.

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  9. Nella ricerca sulla natura di questa connessione fra teologia e diritto credo che si possa iniziare con la considerazione di per sé banale che sia le scuole di teologia francesi che quelle di diritto, italiane e provenzali, nascono della stessa rinascenza culturale del XII sec di cui parlano tutti abbondantemente, da Cortese a Wikipedia. Dall’anno mille in poi c’è rinascita politica, economica e, quello che ci interessa, culturale; cambia la forma mentis, l’approccio al ragionamento. Si sviluppa “un atteggiamento critico, caricato di battagliero entusiasmo” molto diverso dalla “reverente e arrendevole” conoscenza dell’alto medioevo, scrive Cortese. Nascono la scolastica e il pensiero fondato sul dubbio e sul contrasto/confronto e credo che questo sia un fenomeno “europeo” e non francese o italiano o spagnolo.

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  10. paola levi della vida
    . La matrice del ragionamento è la stessa e le idee ricominciano a circolare: non mi stupisce per nulla un contatto fra le due scienze più importanti del tempo. Peraltro non sono solo i teologi a interessarsi di diritto, ma anche i giuristi sono vicini alla teologia (che nel medioevo non solo fonda, ma, addirittura, comprende il diritto canonico). Potrebbe essere utile poi vedere se è c’è un motivo specifico se a Bologna si facessero soprattutto glosse, mentre “all’estero” si preferissero opere di diverso tipo.
    scusate il commento tutto spezzettato, ma a metterlo tutto insieme si cancellava.

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  11. Ma la bibbia è glossatissima!
    http://en.wikipedia.org/wiki/Glosses_to_the_Bible

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  12. ah. non avevo cercato, mi era venuta l'idea è ho scritto senza pensare.. pardon

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  13. Giulia Carpentieri5 novembre 2011 16:25

    Riguardo l'ultima lezione mi ha colpito molto la lettera di Bulgaro ad Aimerico nella quale viene espressa la volontà di puntare ad una sovranità giurisdizionale pubblica, dove il giudizio sia un atto di almeno tre persone: le parti e il giudice, il quale non può essere scelto dai privati.
    Nel testo viene detto: "Accusare omnibus permissum est". Cosa che, come detto a lezione, non era permesso fino al tempo di Gregorio VII(papa dal 1073 al 1085).Non era permesso ad esempio ad un prete di accusare il suo vescovo.
    Riguardo questo legame particolare tra Chiesa e diritto processuale mi è venuto in mente di riprendere in mano il manuale di diritto canonico "La Chiesa tra stroria e diritto" di Carlo Cardia.
    Nel manuale viene spiegato che la iniziale commistione tra Chiesa e apparati giudiziari si trova nell'episcopalis audientia concessa da Costantino dopo il 313,la quale consiste nell'avvio di una procedura arbitrale per controversie ecclesiastiche. Presto, però, la decisione del vescovo impedisce al magistrato civile di pronunciarsi sulla questione.
    Nel tempo aumentano le prerogative dei vescovi, esenti dalla giurisdizione dello Stato e inizia così il c.d. privilegio del foro che viene legittimato totalmente nel concilio di Calcedonia (451).
    Con Giustiniano i chierici compaiono davanti ai vescovi per le cause temporali e le sentenze vescovili hanno efficacia civile. La legislazione carolingia sarà più restrittiva e rimetterà ai tribunali secolari le cause temporali tra chierici o tra chierici e laici lasciando ai vescovi le cause puramente ecclesiastiche.
    La massima espansione del privilegio del foro si vedrà tra il XII e il XIII secolo e trova nel Decretum di Graziano(1140) uno dei suoi capisaldi. Infatti i chierici non possono essere giudicati da tribunali civili absque pontificis permissu (Decretum Gratiani,c.3,C.XI,q.1),dato che il vescovo è il loro giudice e chi cita un chierico o proprio un vescovo di fronte al tribunale secolare è colpito da anatema, cioè da una sorta di "maledizione" che allontana dalla Chiesa stessa.
    Da questa spiegazione è evidente che allora almeno fino al 1140,anno della redazione del Decretum Graziani non era permesso a tutti di accusare qualcuno.
    Ho cercato sul web l'anno preciso in cui Bulgaro scrisse ad Aimerico ma non l'ho trovato. Sarei curiosa di sapere se si tratta di un periodo precedente o meno al 1140.Se per caso Bulgaro scrisse ad Aimerico proponendo un nuovo ideale del processo proprio in risposta a quanto espresso nel Decreto di Graziano.

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  14. Federica Ferreri6 novembre 2011 13:35

    Sul Manuale di Cortese c'è scritto che Aimerico chiese a Bulgaro di scrivere il trattato prima del 1141 ma non viene fatto riferimento ad un anno preciso.

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  15. chiara lombardi6 novembre 2011 16:31

    è possibile vedere la critica che Bulgaro fa a Martino, riguardo la tesi di una più o meno rigida interpretazione del testo, nelle Dissensiones Dominorum (forma letteraria dei glossatori in particolare appunti redatti sulle più importanti questioni di diritto e sulle quali i maggiori maestri avevano espresso opinioni contrastanti e inconciliabili) furono scritte a riguardo
    http://www.archive.org/details/dissensionesdom00hegoog
    (qui il testo in latino digitalizzato da Google per l'università di Oxford).
    Per ogni argomento, ad un'occhiata veloce perchè essendo comunque in latino non è molto difficile cogliere il senso generale, è possibile notare come Bulgaro e Martino abbiano in molti casi opinioni contrastanti...
    Invece per quanto riguarda il rapporto tra scienza canonica e diritto civile ho trovato un testo molto utile "Storia della scienza del diritto canonico: una introduzione" di Péter Erdő, nel quale chiaramente e nel dettaglio si spiega quella profonda relazione tra teologia e diritto, chiesa e società di cui abbiamo parlato, rafforzando questo legame con altri dati e fonti, riportando anche alcuni proverbi e frasi dell'epoca a dimostrazione che gli stessi contemporanei erano coscienti di questo stretto rapporto "legista sine canonibus parum valet, canonista sine legibus nihil" o il principio di Lucio III "sicut leges non dedignantur sacros canones imitari, ita et sacrorum statuta canonum principum constitutionibus adiuvantur" (come le leggi non disdegnano di imitare i sacri canoni, così i sacri canoni hanno aiutato le costituzioni dei prinicipi)
    http://books.google.it/books?id=4pB2y56h6tsC&printsec=frontcover&dq=storia+della+scienza+del+diritto+canonico&hl=it&ei=Pqa2TsDhH5CWhQfr1fiHBA&sa=X&oi=book_result&ct=result&resnum=1&ved=0CDQQ6AEwAA#v=onepage&q&f=false
    da pag 75 a 81 e anche successivamente..
    Per quanto riguarda la data della composizione del De Iudiciis o Excerpta Legum Cortese in un altro suo libro dovrebbe riportare qualche spiegazione in più, solo che purtroppo è reperibile solo in biblioteca, se ci sarà qualcosa di interessante saprò dire solo domani!

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